|
Domenica 11 febbraio, Ora decima notturna (4.00 A.M). E’ la sveglia.
Per tutto il venerdì notte e l’intero sabato, il campo della Cohors I Italica è stato sotto una pioggia fine e insistente.
Ma la buona tenuta delle tende, una spessa penula di lana e i fornelli, uno per ogni papilio, hanno permesso una ottima vivibilità nel campo, e una discreta manutenzione dell’armamento.
Contrariamente ai primi giorni, ora il cielo è stellato, presagendo l’arrivo di una stupenda giornata di sole.
E’ tutto buio al campo. Solo il fuoco della cucina già attiva per preparare la prima colazione, rischiara appena i volti dei soldati e la condensa del loro respiro, intirizziti dal freddo e dall’umido.
Ovunque in giro invece, ci si muove a memoria, perché il campo ha sempre le sue esatte dimensioni, i suoi conosciuti pericoli. Affondando le caligae nel fango accumulatosi nei giorni precedenti, i milites evitano i picchetti e le cime delle tende, alla ricerca di mazze, dolabre, asce e mannaie che per quel giorno, potrebbero rivelarsi utilissime.
E’ ancora buio quando, alla ora prima (6.00 A.M) i due comandanti romani della missione, Leo e Hyrpus, coadiuvati rispettivamente dai vicecomandanti Rufus e Anthrax (gli ex comandanti della II missione, nel 2006), richiamano gli uomini per la ad locutio. Leo è il dux della vessillazione Cerulea (blu), Hyrpus di quella Rubra (Rossa), composta nel complesso da una quindicina di uomini cadauna, per la maggior parte di soldati della Cohors Italica e da componenti della Legio II Partica.
Arrivano i Galli Boi (una quindicina) in armamento completo, e si schierano in attesa degli ordini.
L’adunata non può essere completata se non entro dieci minuti oltre l’ora convenuta, a causa del ritardo di alcuni milites dell’Italica, e di altri della II Partica.
Il Tribuno della Cohorte allora, prima di assegnare ai tre gruppi la loro guida nonché ispettore di Missione, commina 200 Assi di pena pecuniaria per ogni singola squadra. Una pena che avrà effetto sul vitto e sulle corvé successive alla missione. Quindi effettua l’assegnazione delle guide e apre la missione.
I gruppi Partono scaglionati di cinque minuti, a passo rapido e in salita, in direzione dell’anfiteatro di Albano, a poco meno di un miglio di distanza (circa 1,5 km) da dove ogni squadra prenderà direzioni diverse e non conosciute dalle altre.
Comincia ad albeggiare quando l’ultimo gruppo partito, i Galli Boi, individuano un punto dell’alto crinale attorno al lago Albano, da cui discendere verso l’antico cratere. I celti fecero la stessa cosa nei primi secoli della storia di Roma, occupando parte di quei territori latini da cui potevano controllare ogni movimento proveniente da Roma, fino a quel mar Tirreno che all’epoca non era ancora Nostrum.
Hanno ricevuto il primo ordine, e si dirigono in direzione del Monte Cavo costeggiando un sentiero a dirupo nel lago, in cerca di avanguardie romane partite prima di loro, seguendone le impronte dei chiodi nel fango.
Ma la impronte scompaiono all’improvviso. Il Comandante dei Galli, Ferox, decide di proseguire nel rispetto degli ordini ricevuti.
La vessillazione Rubra invece ha deviato a sinistra, scendendo per ripidi sentieri e canaloni verso il lago: hanno ordine di raccogliere un po’ di acqua del Lago sacro.
La Cerulea invece, è sopra di loro, sul crinale più alto, sul tracciato dell’antica via Sacra che congiungeva Roma col tempio di Giove Laziale, sul Monte cavo.
Hanno avuto ordine di fortificare e appostarsi in quella posizione.
Il sole comincia a vedersi nella sua interezza all’orizzonte, incendiando di un bianco accecante la bruma che avvolge la selva nella quali i soldati, tagliano i numerosi alberi già al suolo.
Non fanno più di 7-8 gradi C°, ma le penule sono riposte da tempo per il caldo derivato dall’intenso lavoro. Vengono incastrate grosse travi tra gli alberi, e numerose fascine intrecciate tra di loro vengono collocate tra i tronchi e il suolo, accudendo i passaggi inferiori. Quasi tutta la piccola fortificazione è costruita in questa maniera, tranne un solo punto che risulta solo un ammasso indistricabile di ramaglie, non più largo di sette piedi (2 mt).
Il sole comincia a riscaldare le loriche hamate che iniziano a fumare, quando il comandante Leo apre il secondo ordine.
La selva tuona della sua voce, richiamando tutti i milites sparsi alla ricerca di legname: la vessillazione Rubra è inseguita dai Galli. L’ordine è quello di portar loro soccorso e se possibile, portarli alla fortificazione.
Lasciati pochi milites a presidiare le opere, una dozzina di uomini partono speditamente scendendo la via sacra, fino allo stesso punto che poco tempo prima era stato individuato dai Galli per scendere verso il lago.
La discesa avviene nel massimo silenzio, con le orecchie puntate ai lati della selva e al sentiero più a valle, dove tutti sanno che i Galli stanno cercando la Rubra.
Il sentiero diventa più ripido e scivoloso. Alcuni milites scivolano, si aggrappano ai tronchi, fino a giungere sul sentiero principale.
Nessuno sa se la Rubra sia risalita da lago a monte o a valle della loro posizione, e tantomeno se i Galli hanno giù superato quel punto o siano ancora in arrivo dal Monastero, direzionato verso il monte Cavo.
Decidono di dirigere verso il Monastero per intercettare i celti, ma presto si accorgono che in quel punto non vi sono tracce di caligae chiodate. Rischiano di incrociare i Galli senza rispettare l’orine ricevuto: portare la Rubra alla fortificazione.
Si cambia direzione, il passo è praticamente di corsa. Si individuano finalmente i segni dei chiodi nel fango e il punto della risalita dei commilitoni, ma a quel punto si capisce che la Rubra ha un largo anticipo su di loro. Bisogna tornare al campo, perché è probabile che i galli stiano inseguendo i colleghi, e loro sono ora più in basso di tutti gli altri.
Davanti a tutti invece ci sono i Galli, rapidi senza la corazza, a passare davanti alla Rubra e a inerpicarsi tra i rovi per guadagnare la cima del cratere.
La Rubra è dietro di loro, e quando arrivano in cima trovano i Galli sulla spianata Miralago. E’ una posizione di stallo, perché i romani tengono lo stretto sentiero di risalita, mentre i Galli sono in area neutra. Il regolamento delle missioni prevede infatti che laddove i gruppi in competizione siano costretti a passare per strade pubbliche o aree abitate, non si debba combattere.
I Galli sono indecisi se attaccare i Romani per quello stretto sentiero o proseguire in direzione della fortificazione: il loro ordine è infatti di intercettare la Rubra o assediare il forte.
Ma in quel momento, dalla strada proveniente dall’anfiteatro, appare la colonna della vessillazione Cerulea che, risalito il crinale da un altro punto, converge nuovamente verso il forte.
I Celti si trovano con i romani della Rubra alle spalle e quelli della Cerulea sul fianco. Non si può ingaggiare sulla spianata e decidono così di andare alla ricerca del forte, ed inoltrarsi più a monte nella foresta albana, da cui riorganizzarsi strategicamente.
Salgono rapidi la strada, seguiti a poche centinaia di metri dalle due vessillazioni romane congiunte, fino a quando i celti vedono sparire dietro di loro i Romani, che si inoltrano nel bosco più sotto, per riprendere la via sacra.
I Celti si inoltrano parallelamente ai romani. Sanno che da qualche parte c’è la fortificazione, e che i Romani congiunti sono diretti verso di loro, con lo svantaggio di essere inseguiti.
Si spostano più in su, in direzione del forte che è però più avanti di qualche centinaio di metri, nascosto dalla vegetazione.
I Galli si sparpagliano, ma i Romani giungono verso di loro allargati, occupando tutto il sottile fronte del crinale. I Galli si raccolgono un po’, quando il fronte della Cerula tenta di ingaggiare combattimento. Ma poiché da sotto ad aggirare, è in avvicinamento anche il fronte della Rubra, i galli preferiscono arretrare un poco, inoltrandosi di più verso il forte.
Qui matura il frutto sperimentale delle Missione, e dei molteplici risultati che essa poteva generare.
Arretrando rispetto ai Romani, i Galli si inoltrano un uno spazio sempre più ristretto, dove la vegetazione li incalza dai fianchi. Il tempo per riflettere è poco e i Romani avanzano incalzandoli: i galli sono costretti a compattarsi di più, e i Romani — che sanno che quel punto finisce in un imbuto stretto - stringono la morsa.
I galli si attestano a una stretta imboccatura, compattandosi ulteriormente, quando i Romani, sfruttando quella posizione coesa degli avversari, caricano.
foto: Lorenzo Giglio
Nella prima carica i Romani sfondano il fronte gallico, conseguendo perdite uguali da entrambe le parti. I Galli superstiti arretrano ulteriormente, finendo in una area circondata dalla fitta vegetazione. I romani riformano il fronte e allargandosi, circondano i galli che non hanno invece lo spazio per dilatarsi e sfruttare al meglio le loro lunghe picche. Una seconda ondata a distanza ravvicinata neutralizza la quasi totalità dei galli; i pochi superstiti vengono inseguiti dai milites e finiti proprio all’imboccatura del forte.
Finisce così la missione alla ora Quinta, con larghissimo anticipo rispetto alle previsioni e rispetto all’anno precedente (si terminò all’ora Ottava): se i Galli avessero intercettato la Rubra prima di risalire dal lago, l’ingaggio avrebbe avuto luogo distante dal forte, permettendo alla Cerulea di intervenire per creare un varco e recuperare i colleghi Romani. In tal modo i Galli sarebbero rimasti indietro, ingaggiando con la retroguardia Romana. La missione si sarebbe conclusa con l’assedio da parte dei galli al forte. Ma poiché i Galli si sono trovati davanti a tutti, rimanendo intrappolati tra il forte e i Romani, in uno spazio limitato per potersi distendere e sfruttare a meglio il loro armamento, la situazione è precipitata costringendo i galli ad affrontare un ingaggio serrato coi Romani.
Un dato nuovo emerge da questa missione: nonostante il fatto che le distanze percorse dalle vessillazioni risultassero quasi il doppio rispetto al 2006, e nonostante tutti i milites indossassero corazze hamate dal peso variabile dai 12 ai 16 kg, la velocità di spostamento è risultata sensibilmente maggiore.
Gli uomini di questa missione non erano più allenati di quella dell’anno precedente, e ciò porta a concludere che il motivo di una simile velocità sia dipeso da un incrementato stimolo competitivo (presenza dei Galli) e dalla corretta aspettativa di quella fatica: parametri psichici insomma.
In seguito all’epilogo della Missione, il Tribuno Darius chiede un’estensione della missione, finalizzata a sperimentare la situazione di assedio.
Tutti i Galli e i Romani che erano stati ‘finiti’ tornano così in gioco. I Milites vengono posizionati nel forte e i Galli possono così riunirsi ed organizzare l’assedio. L’ordine è quello di ‘tenere il forte’: un ordine dalle molte interpretazioni che come si vedrà, risulterà controverso e fatale. Per i Boi, l’ordine è quello di prendere il forte.
Sembra un’azione impossibile: i galli sono in inferiorità numerica, e in pochi all’inizio, comprendono il difetto principale di quell’arroccamento e la volontà del Tribuno e del Consul Anziano (il Direttore del Museo di Albano, Dr. Chiarucci) di arrivare a sperimentare a tutti i costi quella situazione.
I Boi legano una fune lunga a un tronco a forma di V: un gancio naturale che tentano più volte di gettare oltre la barricata romana, senza successo. Punto scelto per questa operazione, l’unico settore non costituito dai grossi tronchi incastrati orizzontalmente tra gli alberi, ma costituito da ramaglie incastrate tra loro.
All’ennesimo tentativo il gancio di legno riesce ad incastrarsi efficacemente nella barriera, mentre i galli bersagliano ripetutamente i romani coi giavellotti, per impedir loro di rimuovere il gancio.
Una forte strattonata e la barriera viene spostata parzialmente, aprendo un varco nel forte. Immediata la coagulazione di milites in quel punto, a formare una barriera umana.
Per lungo tempo la situazione rimane in stallo, con reciproco lancio di giavellotti da una parte all’altra.
I Galli allora si dividono, aggirando il forte sull’altro lato: la pioggia di giavellotti colpisce ora da due lati. Qualche colpo giunge sulle Hamate dei milites, ma per regolamento solo il secondo colpo nello stesso punto può legittimare il ferimento.
E’ da qui che il secondo frutto della Missione, giunge a piena maturazione: nella fortificazione i Romani si rendono conto che i lanci di giavellotti verso un avversario sparpagliato, ha pochissime possibilità di successo, nonché costituire un grande spreco di dardi. Al contrario i Galli, colpiscono con certezza qualunque cosa all’interno, poiché i milites sono vicini tra loro. Anche un piccolo varco tra scudi ed elmi, diventa un bersaglio utile.
Inoltre la ristrettezza della fortificazione costringe i milites a stare a ridosso delle barricate, senza possibilità di tenere una adeguata distanza dall’attacco di lance lunghe, come quelle in possesso dai galli.
Ed è così che i Galli intuiscono che dall’interno, i Romani non hanno soluzioni offensive, ma solo difensive. Si avvicinano alle barricate, cominciano a penetrare con le picche lunghe. Viene ripetutamente colpito chi non se ne può accorgere poiché è girato verso altre minacce. Il mistero si svela: il campo è troppo piccolo, ed è privo di un Intervallum che vanifichi l’azione delle lunghe lance avversarie, e che permetta di condensare al centro i milites in modo che nessuno possa essere colpito dai giavellotti o dalle lance alla schiena.
Vengono colpiti tutti, uno ad uno, con lentezza e inesorabilità. Lo spazio per uscire e fare una sortita non c’è, ad eccezione del punto nella barricata che era stata divelta all’inizio. Ma i milites interpretano l’ordine ricevuto, come il dovere di rimanere all’interno: ‘Tenere il forte’. Ma questo significa rimanervi dentro a tutti i costi, anche quando è evidente che la situazione non permette l’offesa e la difesa?
Quando i milites rimangono in una manciata, tutti schierati nel punto debole della fortificazione, ecco la sortita massiccia dei galli, che si lanciano su più linee contro i romani supersiti. Ne muoiono da entrambe le parti, ma ciò per i romani significa perdere tutti.
Il prezioso frutto è colto: una superiorità numerica e una armamento migliore, non hanno efficacia alcuna se l’impostazione tattica - in questo caso difensiva - viene sbagliata. Anche una semplice fortificazione deve permettere una espressione ottimale delle tecniche e delle tattiche in essere all’impianto bellico peculiare: in assenza di ciò non vi è corazza, scudo o coraggio in grado di sopperire alla situazione.
Si chiude così l’intero laboratorio, tra la fatica, l’entusiasmo, le congratulazioni e le prime considerazioni a caldo. Tutti i gruppi recuperano il materiale disperso durante le battaglie o l’assedio e, reincolonnati, si torna al Campo base, presso la tomba degli Orazi e Curiazi. Si torna in una stupenda e calda giornata di sole, tra gli sguardi abituati degli abitanti di Albano che vedono oramai da anni i milites di AD e della Partica, sfilare per le strade della città per i fatti loro, al di fuori di eventi Festivi o parate. Esattamente così come avveniva secoli or sono, quando questa città altro non era che l’imponente Castra Albana.
ArsDimicandi Magazine
|