Scientia Dimicandi 
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Il nuovo trattato di Ars Dimicandi
 
 
Skiphos etrusco del IV secolo a.C. Un uomo ucciso compie il gesto del pollex versus. Su di lui il Caronte, pronto a condurlo nel regno dei morti. 
 
Estratto dal "De Rebus Gladiatoriis" 
Il linguaggio delle mani 
Capitolo 23 
 
«in una così grande diversità di lingue parlate da tutti i popoli e da tutte le nazioni, mi sembra che questo (il gestus, ndS) sia l'unico linguaggio comune a tutti gli uomini (Quintiliano, La formazione dell'oratore, X, 3, 87)» 
 
I reali gesti delle mani in anfiteatro. Solo pochi hanno intuito quelli corretti, ma nessuno finora li aveva dimostrati. Il capitolo 23° del DRG approfondisce con dovizia di fonti letterarie ed iconografiche, uno dei temi più affascinanti del mondo gladiatorio. Un linguaggio universale che non attraversa soltanto la gladiatura, ma anche il foro, l’esercito romano e l’agonistica greca. 
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L'esigenza del Gestus 
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I luoghi più rumorosi dello spettacolo erano l'anfiteatro e il circo. A differenza del teatro, qui la folla poteva esprimere rabbia, entusiasmo o pietas senza la preoccupazione di disturbare gli attori in scena. Durante i munera, in particolare, gli spettatori erano parte integrante dello spettacolo, poiché ad essi era consegnata la decisione di mandare a morte o salvare i gladiatori.  
Non sempre. E esistevano formule di combattimento dove il pubblico non poteva intervenire: le ventilationes, o le prolusiones, per esempio, erano incontri con armi ebeti, deficitarie - armae hebetes - non mortali. I duelli ad digitum, pur prevedendo armi vere, terminavano al primo sangue, con la facoltà cioè da parte del gladiatore di ritirarsi a sua discrezione. Viceversa, i duelli sine missione, senza salvezza, andavano avanti sino a quando il gladiatore non moriva, a prescindere dalla volontà del pubblico. Tuttavia, la maggior parte dei duelli prevedeva il ruolo decisionale del pubblico; stava alla folla indicare all'editor il da farsi, per ordinare la morte o la grazia dello sconfitto, per assegnare o meno una corona al vincitore oppure opporlo a un nuovo gladiatore, il tertiarius.... (continua)  
Tutto ciò avveniva certamente a voce, migliaia di voci la cui sovrapposizione doveva risultare davvero caotica. Epitteto, nel predicare quale dovesse essere il corretto atteggiamento della gente, ne rivela quale fosse in realtà il comportamento... (continua
Vi era inoltre il problema di un pubblico multilingue, non necessariamente romano, o se anche romano non necessariamente padrone della lingua latina. Possiamo allora immaginare l?effetto di dieci, venti o trentamila persone che urlavano assieme per esempio «morte»: chi in latino, chi in osco, chi in illirico, chi in greco, chi in celtico, chi in aramaico…  
Proprio a causa di ciò, il pubblico rivolgeva all'editor le mani, adottando una forma di comunicazione trasversale, universale, che indicava inequivocabilmente la propria decisione. Luso della mano per esprimere dichiarazioni, richieste o comandi era unusanza assai antica. Attestata già nei Greci sotto il nome di cheironomia(continua
 
PS Il testo è corredato di note a piè di pagina con tutte le fonti greco-latine citate integralmente e tradotte. 
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Gli argomenti del capitolo XXIII 
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23.1 - L’ESIGENZA DEL GESTUS  
23.2 - GLI SCOPI DEL GESTUS  
23.3 - I GESTI DOCUMENTATI  
23.31 - Supina manus  
23.32 - Permissa manus  
23.33 - Pollex versus  
23.34 - Pollex pressus  
23.35 - Manus ad indicem  
23.36 - Rogans manus: registrare  
23.4 - VALORE DELLA MANO NELL’ARBITER  
23.41 - Orientamento della ferula 
23.5 - HOC HABET: IL GESTO CAPITALE 
 
 
Esempi del Pollex Pressus in pendagli romani.  
 
Il gesto Capitale 
Hoc habet: trafiggi! 
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«Così il gladiatore, pieno di paura per tutto il combattimento, offre lo iugulum all'avversario e dirige contro di sé la spada esitante (Seneca, Lettere a Lucilio, XXX, 8)» 
 
A indicare tutta la drammaticità della fine del gladiatore bocciato dal pubblico in seguito alla sconfitta in duello ad iudicium, è il termine adottato per indicarne la modalità dell'uccisione: iugulatio.  
E' un termine che localizza per certo il punto dell'affondo mortale: il collo. Si apre qui però una controversia importante; attualmente il termine iugulare è inteso come «sgozzare», ossia l'azione del recidere la gola con un taglio di lama; la giugulare d'altronde è divenuta nel tempo il nome di una delle più importanti vene passanti per il collo. Non esiste però prova che per i Romani il vocabolo iugula corrispondesse al gesto dello sgozzamento così come oggi lo intendiamo; al contrario, il vocabolo deriva da iugum, il giogo vincolato alla base del collo dei buoi. L'oggetto della iugulatio non sarebbe dunque il taglio alla gola, intesa come la parete frontale ospitante trachea ed esofago, bensì un'area alla base della nuca o presso l'attaccatura del collo con le scapole. Afferma in proposito Cicerone descrivendo l'aspetto fisico di Socrate: «Disse (Zopiro, ndS) che Socrate era stupido e rozzo, perché non aveva la fossetta alla base del collo, e quindi quella parte era ostruita e chiusa (…)» (continua)  
La fossetta citata è qui definita iugula concava, ed indica un'infossatura formata dalle clavicole alla base del collo. Anatomicamente essa forma un canale che sul lato sinistro è chiamato «fossetta sovraclaveare sinistra», che conduce direttamente dal collo al cuore, senza ostacolo alcuno. (continua)  
 
PS Il testo è corredato di note a piè di pagina con tutte le fonti greco-latine citate integralmente e tradotte. 
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