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L'ottima presa sulla neve delle caligae chiodate, e l'ottima tenuta dei càlcei impermeabilizzati e dei tibiali di lana
foto: Adriana Majercikova
Il Tribuno della Cohors Veterana, Darius P. Battualia si inerpica dietro la guida della II Partica, Patricius. Sotto la lunga colonna di militi lo segue
foto: Adriana Majercikova
L'Optio della Veterana, Edo, chiude la colonna, garantendo il controllo di coloro che avevano problemi davanti
foto: Adriana Majercikova
Salto di un fossato. Uno dei tanti ostacoli della lunga marcia verso il sacro Monte Cavo
foto: Adriana Majercikova
Il vexillifer "Furius" nella scivolosa discesa tra le rocce del cratere albano...
foto: Adriana Majercikova
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Nella II Partica è confluita una vessillazione della I Adiutrix Pia Fidelis (Pompei), marinai della classis di Capo Miseno, che hanno dimostrato come gente abituata al bel sole sappia adattarsi, come veri legionari, a dure spedizioni montane in inverno.
Ebbene, quaranta soldati in marcia sulle tracce dell'antica Albalonga, madre di Roma, sullo stesso tracciato che più volte i legionari romani fecero per raggiungere il tempio di Jupiter Latialis, sul Monte Cavo, prima di andare in guerra, oppure al loro ritorno, ingraziandosi o ringraziando il Dio per la propria vita.
Il tutto, per i nuovi legionari, dopo 24 ore passate sotto una grande neve per girare uno spettacolare documentario per Ulisse (Alberto Angela), pernottando nel medesimo campo, senza una minima piega, mangiando quando si poteva, combattendo sotto i fiocchi spessi contro l'ottima rappresentanza dei Galli Boi (Bologna), rimboccandosi le maniche ogni qual volta era necessario, ringraziando entusiasti per quell'esperienza così simile a quella quotidiana di un soldato di una qualsiasi legione Germanica o di stanza in Britannia. Insomma, qualcosa di più della semplice sperimentazione scientifica, al solito, com'è di prassi nell'ambiente di ArsDimicandi.
Guidati dall'optimo Patricius (Patrizio Zolt-Talos) della II Partica, la lunga colonna ha cominciato a costeggiare l'interno del preistorico cratere, per poi cominciare a salire, tra il fango e la neve, fino ad arrampicarsi, incolonnati uno per uno, secondo un ritmo inesorabile, lento ma inesorabile.
Qualche brevissima pausa per bere la neve ed aggiustare le calzature, per poi proseguire tra l'inaudito stupore dei pochi joggers e mountainbikers che si fermavano allibiti a quello scenario, come fantasmi emersi dal passato tornati a riprendersi quella via che loro stessi (i legionari) avevano tracciato, prima di diventare l'hobby dello sportivo della domenica...
Ora V, circa le 10.00 AM. Sosta presso le grotte, dove ambigue sculture rivelano culti arcaici e pratiche esoteriche più recenti. Poi, avanti tutta.
Quinto chilometro, salita più ripida, poi un pezzo di asfalto, abbandonato dopo circa un chilometro per entrare nella neve vergine, sulla Via Sacra ai piedi del Monte Cavo.
Sterpi, fossati, neve. Un lungo giro di ricognizione per il Monte, prima di iniziare il ritorno, meno faticoso fisicamente ma assai più difficile per la discesa scivolosa.
Inizia così la seconda metà di quella che indubbiamente ad oggi è la prima importante sperimentazione invernale mai avvenuta al mondo, dalla riscoperta dell'esercito romano.
Un progetto voluto fortemente dall'Istituto ArsDimicandi e dai Civici Musei di Albano, eredi dei mitici Castra Albana di Settimio Severo, che attorno all'archeologia sperimentale stanno costruendo da anni un solidissimo progetto scientifico che sta letteralmente cambiando l'immagine della Legione costruita (arrampicandosi sugli specchi) negli ultimi cinquant'anni di studi anglo-tedeschi, e rappresentata globalmente dal mondo del reenacting.
Come convincere uno di questi a indossare la sua insopportabile lorica a segmenti di ferro, la semplice tunica con le gambe scoperte e le caligae con le dita dei piedi a contatto col ghiaccio, a compiere il medesimo tragitto e la medesima esposizione climatica fatti dalla Veterana e dalla Partica-Adiutrix?
A noi poco importa. Importa molto di più scoprire come gli armamenti riescano ad adattarsi meravigliosamente sia alla marcia invernale forzata, così come alla battaglia e all'assedio, dimostrando di poterlo fare e dimostrando come l'intero corpus documentario sostenga (o non neghi) questa sperimentazione.
Ma ciò che ancora di più conta sono i soldati, e quello che loro stessi hanno percepito, sia dell'esperienza della marcia che del loro stesso armamento.
A loro la parola dunque.
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