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La sistematicità con cui le attestazioni archeologiche delle segmentate corrispondono a luoghi in cui è sempre stata presente la cavalleria, è sufficiente a depauperare quella che sinora è stata la ‘certezza’ di molti, ossia che le Corbridge (e le segmentate in genere) fossero le corazze del legionario.
Infatti non vi sono ulteriori prove letterarie o iconografiche a suffragio di ciò, ed eventuali similitudini estetiche nell’iconografia non comportano una prova, anzi: la sistematicità della differenza delle Corbridge con l’iconografia dimostra il contrario.
Inoltre... Già sotto il regno di Adriano (II secolo), “Carlisle e altri fortini subiscono una sensibile riduzione di importanza e un parziale abbandono a causa della costruzione nelle vicinanze di un grande forte di cavalleria a Stanwix, in Cumbria. In questo nuovo forte di cavalleria si trasferisce anche un unità di cavalleria attestata a Corbridge su almeno una lapide, quella di Titus Pomponius Petra, l’Ala Petriana.” Molti altri forti di cavalleria aumentano su tutto il Vallo per l’evidente vantaggio di una simile forza militare in quella situazione tattica (mentre i grandi fortini Legionari arretrano rispetto al Vallo), al punto che “tra il III e il IV secolo, tra il 275 e il 325 d.C. le forze militari romane abbandonarono gradualmente il luogo che divenne un complesso di officine per la produzione di armamenti, come a Corbridge”. Queste officine producono quelle maniche, cosciali (metallici) e segmentate che già in altro articolo abbiamo indicato essere le 'caratteristiche salienti' della cavalleria tipo 'clibanaria' o quantomeno di reparti di tipo 'pre-clibanario'.
Anche Newstead d’altronde, attesta il ritrovamento di un cosciale metallico che non ha collegamento alcuno con la fanteria (vedi articolo). Newsted contempla inoltre il famoso frammento di segmentata che molto azzardatamente, è stato identificato con le corazze a segmenti individuabili sui milites di molti monumenti (colonna Traiana, eccetera).
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Aggiornamento del 25 febbraio 2006
La Segmentata da cavalleria di Aalen
D'altronde il fortino di Aalen (Germania), edificato in una zona di altissima importanza trategica dopo le campagne di Domiziano contro i Catti (I secolo d.C.), fu stazione indiscussa di truppe di cavalleria nel II secolo: l'Ala I Flavia Gemina e propabilmente l'Ala II Flavia Pia Fidelis Miliaria.
Presso il Limes Museum di Aalen è possibile infatti vedere i frammenti di una corazza a segmenti (figura 2).
Termine aggiornamento
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La letteratura non menziona la corazza a segmenti e probabilmente uno dei motivi principali è dovuto al fatto che si è cercato questo modello tra i legionari, e non in altri reparti militari romani. Una delle ipotesi più accreditate infatti è che la segmentata fosse una corazza da cavalleria.
Il corazzamento a lamine era d’altronde già conosciuto dai romani grazie ai cavalieri Sarmati (Tacito) e Partici (Plutarco); la cavalleria Sassanide era definita clibanaria, poiché la corazza metallica che avvolgeva il cavaliere interamente, suggeriva ai romani l’idea del clibanus, 'una pentola o un forno per la cottura del pane'.
Perchè le segmentate sulla cavalleria?
Recita il passo di Plutarco in uno degli episodi della terribile sconfitta romana a Carre, nel I secolo a.C.: “Sui cavalieri gallici Publio contava di più, e in effetti con loro fece prodigi di valore. Afferravano le aste dei Parti, si ‘avvinghiavano’ ai nemici e li tiravano giù da cavallo, sebbene fossero difficili da muovere a causa della loro armatura di ferro (kránesi kaì thoraxi tou Margianou sidérou); molti Galli abbandonavano i loro cavalli e strisciando sotto quelli dei Parti, li colpivano al ventre…" (Crasso, 24)
Afferma ancora l’autore: “Allora (Publio) mosse i suoi cavalieri all’attacco e caricò i Parti, ma era in svantaggio sia nell’offesa sia nella difesa, poiché colpiva con le sue lance piccole e deboli (mikroîs doratíois), corazze di cuoio non conciato o di ferro (thorakas omobúrsous è siderous) e riceveva colpi di picche pesanti (kontois) sui corpi dei Galli coperti da una agile armatura o seminudi (eìs eùstalè kaì gymnà somata ton Galaton)".
Il contributo dell'autore è a dir poco esemplificativo: nonostante alcuni ausiliari gallici abbiano il petto nudo (gymna somata), gli altri sono dotati una una corazza 'agile e sciolta': la lorica hamata (eùstalè somata), come d'altronde è universalmente risaputo per la cavalleria gallica.
Tuttavia, sebbene questa corazza 'elastica' permetta straordinari funambolismi, tali da permette ai Galli di lanciarsi sul cavallo avversario, afferrarne le picche, scendere repentinamente dalla propria cavalcatura e strisciare sotto il cavallo del nemico, le pesanti picche Partiche (Kontois) perforano con grande facilità le hamate (o squamate) degli Auxilia romani.
Al contrario i Parti, abituati a scontri di cavalleria pesante (fig. 6) nelle grandi steppe orientali, sono armati con corazze di ferro, unica concreta difesa contro una cavalleria kontaria, e che i tradizionali giavellotti della cavalleria leggera romana (mikroîs doratíois), non scalfiscono minimamente.
Afferma infatti ancora Plutarco: I Parti, di fronte ai Romani “subitamente gettarono giù la copertura (di stoffe) dall’armamento (èxaíphnes katabalóntes tà prokallúmmata tõn oplon) e apparvero alla vista splendenti come fiamme, elmi e corazze di ferro della Margiana (kránesi kaì thoraxi tou Margianou sidérou), dalla lucentezza viva e brillante (…)".
Una evoluzione anti-kontaria. Ma anche tattica...
Ad oggi non esistono esplicite testimonianze letterarie che attestino nel 'dopo Carre' una trasformazione della cavalleria romana in direzione di modelli anti-Kontari alla maniera orientale. Ma di certo esistono tracce evidenti di protezioni a lamine di tipo clibanario che compaiono sulla cavalleria romana già nell'iconografia del I secolo d.C. e continuano sino al III secolo, sia nella protezione del tronco (figure 1, 3 e 4) che sugli arti (figura 5). Ugualmente anche l'archeologia attesta i primi ritrovamenti di corazzamenti in lamine ferree già a partire dai primi anni dell'impero (Kalkriese-Teutoburgo), sino a tutto il III secolo d.C.
La cavalleria leggera romana non è soppiantata. Anzi: le indicazioni di Plutarco, se da un lato hanno evidenziato un punto debole di questa 'armatura' (intesa come metodo di combattimento), dall'altro sottolineano la sua caratterstica peculiare: agilità, mobilità dai grandi vantaggi tattici. Una agilità e una mobilitià che tuttavia, nello scontro diretto contro una qualunque cavalleria pesante, soprattutto in una battaglia campale con la cavalleria schierata a contenimento delle 'ali', avrebbe avuto partita persa.
Pensare che i romani possano essere rimasti fermi al palo, non è solo stupido, ma impensabile.
Infatti, questa “tendenza evolutiva” di una parte delle forze di cavalleria romane in direzione di una cavalleria pesante, è variamente comprovata dalle fonti: già in Flavio Giuseppe (70 d.C) l’assegnazione ai cavalieri di un Kontos (lancia pesante) lascia presumere ad una specializzazione d’urto della cavalleria. Più palesemente sotto Traiano troviamo l’Ala I Ulpia Contariorum e sotto Adriano abbiamo una Ala I Gallorum et Pannoniorum Catafracta. Il Notizia Dignitatum elenca ben nove unità romane di clibanarii ed una addirittura, di cavalieri arcieri: equites sagittarii clibanari.
Un fenomeno questo che doveva avere avuto inizio sin dal I secolo e che portò gradualmente ad una produzione di armamenti ad hoc, che il Notizia Dignitatum riporta fedelmente: tra la lunga serie di fabricae ed armamenti che sono elencati in tutto l’impero, spicca sovente l’armatura dei corazzieri, il clibanus, la corazza-forno per il pane.
Queste trasformazioni della cavalleria non dovevano avere avuto luogo esclusivamente per contrastare cavallerie kontarie. Il vantaggio di una cavalleria pesante aveva anche una funzione tattica importantissima, che d'altronde ritroveremo nella funzione 'deterrente' di esigui gruppi di cavalieri medioevali.
L’ampiezza dei confini modificò gradualmente l’assetto dell’armata romana di epoca repubblicana: le antiche 'grandi concentrazioni' di truppe mobili di tipo che si spostavano in funzione delle esigenze belliche, furono gradualmente sostituite da contingenti in presidio fisso, dislocate in aree chiave. Una soluzione che giungerà lentamente a frammentare le Legioni in Cohorti e altri reparti minori di presidio (Vexillaiones). Altrettante Vexillationes e raggruppamenti di piccoli contingenti formeranno sempre più spesso gli eserciti campali per missioni militari di una certa importanza.
Nell’ottica del presidio dei limites, la cavalleria assumerà un ruolo sempre più importante come deterrente pisicologico che assicurava ai confini dell’impero, la sensazione di un presidio attivo ed efficace. Lungo i confini dell’impero sono segnalati reparti di cavalleria permanenti, come ad esempio gli equites dalmatae o gli equites mauri.
Se tuttavia la frammentazione dell’armata romana lungo le migliaia di chilometri dei limites, garantiva una buona difesa contro penetrazioni di intensità medio-bassa, le campagne importanti necessitavano di raggruppamenti massicci pronti a muoversi rapidamente in direzione delle necessità. Questo ruolo viene sempre più affidato alle truppe al comando dell’imperatore stesso, interpretato da imponenti contingenti di cavalleria. Tra il I e il III secolo, ecco comparire gli equites singulares, promoti e truppe di fanteria pesante montate a cavallo, gli scutarii, che diverranno sempre più spesso la soluzione indispensabile. Una soluzione che tuttavia ebbe anche effetti controproducenti: i legionari che diventavano equites, perdevano tutta la specializzazione e la capacità tattica intrinseca alle antiche legioni (assedi, fortificazioni, concetto strategico della battaglia) accelerando una sorta di medievalizzazione dell’esercito romano.
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Figura 1
Cavalieri romano con rinforzo di lamine su petto e spalle
I secolo d.C. (Arlon, Museo di Lussemburgo)
Figura 2
Frammenti di una segmentata presso il Museo di Aalen (D)
Figura 3
Cavaliere romano con corazza a segmenti
Rilievo del Poronaccio; II secolo d.C.
Figura 4
Cavaliere romano appiedato, con corazza a segmenti
Questo dettaglio è l'unico che mostra le lamine terminali degli spallacci 'ridotte'. Un dettaglio identico alle Corbridge, ma completamente diverso dalle corazze a segmenti visibili nell'iconografia inerente alla sulla fanteria (colonna Traiana, etc). Si noti il tipico scudo piatto ovale da cavalleria.
Rilievo del Poronaccio; II secolo d.C.
Figura 5
Cavaliere romano risalente al 35 d.C.
Si noti la comparsa della manica sul braccio
Palestrina, Roma (Gabinetto del Vaticano)
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Figura 6
La cavalleria pesante sassanide
contro altre cavallerie pesanti orientali.
Fondamentale l'attacco di Contus (picca da cavalleria)
III secolo a.C. Firuzabad (Iran)
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