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Hoplomacha Gymnasia
La formazione militare mediante la competizione sportiva
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Che i romani fossero fanatici dell’addestramento militare è risaputo. Nel I secolo d.C. afferma l’autore Flavio Giuseppe: "Per essi infatti (i Romani) non è la guerra l'inizio d'esercitarsi alle armi, né soltanto quando c'è bisogno muovono essi le mani tenute inoperose in tempo di pace... bensì, come se fossero nati con le armi addosso, non concedono giammai tregua al tirocinio né stanno ad aspettare le occasioni propizie. Presso di loro le esercitazioni non differiscono in nulla da vere mostre di valore ché anzi, ogni soldato giorno per giorno, si allena con tutto l'ardore come in tempo di guerra... Né errerebbe chi dicesse che le loro esercitazioni sono battaglie incruente e le battaglie sono esercitazioni cruente (La guerra giudaica, III,5).”
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Hippica Gymnasia - Peter Connolly
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Per non fermarsi nemmeno in inverno, Vegezio cita perfino l’abitudine di allestire capannoni per permettere l’esercitazione dei soldati: “per la fanteria (…) si costruivano dei capannoni - basilicae - nei quali, simulati venti e tempeste, l’esercito era addestrato nell’arte delle armi stando al coperto (L’arte della Guerra, II-23)”.
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Questa exercitatio esasperata, proverbiale al punto da dare il nome stesso all’exercitus, non è stata mai approfondita adeguatamente dagli storici, che più palesemente hanno indagato su armamenti, guerre e strategie politiche e militari. Lo stesso Vegezio, romano di un IV secolo che non conosce più le gloriose legioni, afferma perentorio: “"Le reclute, una volta immatricolate, devono poi essere addestrate con quotidiani esercizi alle armi il cui uso ai nostri giorni è stato trascurato con il pretesto del lungo periodo di pace. Com'è possibile che qualcuno possa insegnare se prima non avrà egli stesso imparato? Bisogna certamente ripristinare l'antica consuetudine apprendendola dagli storici e dai libri, tenendo conto del fatto che essi ci hanno tramandato soltanto gli eventi e le imprese delle guerre, mentre tralasciano argomenti intorno ai quali oggi si svolge la nostra ricerca, come se fossero già noti (L'arte della Guerra, I,8)”.
Nella sua opera d’altronde - unica nel suo genere per gli scopi ricostruitivi - l’autore latino si sofferma a lungo sulle fasi di addestramento. Intuiamo che le sue parole si riferiscono propriamente alla formazione pratica: “(gli antichi, nds) tralasciano gli argomenti intorno ai quali oggi si svolge la nostra ricerca”. Non solo equipaggiamenti, ma soprattutto la pratica: esercizi tecnici e tattici: scherma, marcia, manovre, costruzioni, segnali di comunicazioni, etc.
Sebbene l’opera risulti un frammentario abbinamento di dati storici abbinati spesso a casaccio, Vegezio coglie pienamente l’esigenza di chi abbia per obiettivo la ricostruzione operativa della Legione: quella di produrre esperienza, di sperimentare sino all’esasperazione per poter arrivare ad una consapevolezza tecnica e psichica tale da non avere sorprese nella vera battaglia!
Questi argomenti sono di straordinario interesse se, prima ancora che come archeologi, riflettiamo sulla exercitatio con la mente di un qualsiasi istruttore militare o sportivo di oggi.
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Maschera facciale da Hippica Gymnasia - Kalkriese
Maschera facciale da Hippica Gymnasia - British Museum
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Per quanto le reclute possano essere accuratamente addestrate mediante specifici esercizi, risulta impensabile portare il singolo o il gruppo a un livello accettabile in assenza di simulazioni reali dell’evento a cui saranno destinati. Un allenatore di calcio dovrà contare necessariamente su una serie di partite amichevoli di difficoltà crescente e ugualmente gli impianti militari moderni prevedono simulazioni di battaglia, guerriglia, sabotaggio o incursione per completare la formazione delle reclute o mantenere allenati i soldati di carriera.
Questa simulazione non ha nulla a che vedere coi “fondamentali”, ossia l’allenamento di routine come la corsa, il lancio dei pila, l’addestramento formale ad signa o l’esercitazione ad palus. Al contrario si tratta di una vera e propria competizione, una gara tra reparti.
D’altronde il concetto di competizione all’interno delle legioni è ampiamente testimoniato: il singolo soldato, oppure la centuria, la coorte o la legione che arrivava prima al bersaglio, che saliva per prima il vallo, che scalava per prima il muro o che termina per prima un lavoro, era premiata con phalerae, armillae e corone di diverso tipo, secondo una accurata e sperimentata procedura regolamentare. Tacito ci informa della messa in competizione di quattro legioni addirittura, nell’assedio di Cremona (69 d.C). Ciò riguarda naturalmente la fase bellica, la più palesemente documentata dalla letteratura.
Ma è anche e soprattutto nell’exercitatio che la competizione ‘sistematica’ offre i suoi maggiori vantaggi. Sempre Vegezio (I, 13) ci informa dell’esistenza di un premio e di una punizione in una fase competitiva dell’addestramento “L’esperienza dimostra che gli schermitori combattono meglio di tutti gli altri: nel combattimento (ars bellandi) si può capire quanto un soldato addestrato sia migliore di quello che non lo è, e quando un soldato erudito nella scherma vinca sui suoi contubernali. (…) i militi che progredivano poco nelle ‘prolusioni’ ricevevano orzo al posto del frumento…”
La prolusio è un termine tipico della gladiatura che indica espressamente una competizione incruenta. Un combattimento reale che adotta tuttavia armi hebetes, ossia senza filo e senza punta (più spesso di legno), nonché apparati protettivi integrali per la testa, talvolta per le tibie e persino per le braccia, alla maniera gladiatoria (figura 4).
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Le stesse tipologie di armi le ritroviamo in quello che è certamente uno degli esempi più eclatanti di competizione sportiva militare oggi conosciuta: gli Hippica Gymnasia.
Letteralmente significa ‘esercitazione di cavalleria’ ma gli Hippica sembrano connotarsi seriamente come una formula ‘sportiva’ della cavalleria romana (infatti il greco gymnasia è l’equivalente latino di prolusio). Si tratta di un gioco tra due squadre che devono colpirsi alternativamente tra loro tramite giavellotti e mediante una serie di manovre geometriche di avvicinamento ed allontanamento dal bersaglio. Si tratta di uno sport vero e proprio dove le due squadre sono in competizione tra loro, e che probabilmente coinvolgeva un gran numero di piccoli reparti di cavalleria all’interno di una sorta di campionato.
Dell’Hippica Gymnasia risultano di estremo interesse due dettagli. Il primo: armi e armamenti sono adattati per rendere incruenta questa competizione. A differenza dell’equipaggiamento bellico vero e proprio, l’elmo dei cavalieri è caratterizzato dall’applicazione di una piastra di metallo con sagoma facciale completamente celata, lasciando lo spazio esclusivamente per gli occhi. Oltre a questi elmi, sono attestati dall’archeologia anche protezioni metalliche per i cavalli, con piastre sagomate e griglie oculari per la protezione del muso. Parastinchi ed altri equipaggiamenti in bronzo completano questo singolare corredo sportivo e militare equestre.
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Maschera facciale in cuoio su turbante e Rudis ligneo
Armamento da Prolusione gladiatoria
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Il secondo dettaglio: lo svolgimento degli Hippica Gymnasia ricalca gli elementi tattici e tecnici salienti della cavalleria leggera romana. Non lo scontro frontale di una cavalleria catafratta, ma al contrario manovre rapide di aggiramento, avvicinamento e allontanamento (sempre fuori della portata di armi da getto e altre armi corte di fanteria), finalizzato a un lancio di media gittata di grande precisione, di giavellotti leggeri. La squadra in fase di difesa ricalca similmente la tattica della medesima cavalleria nella situazione di contenimento della cavalleria leggera.
Secondo alcuni autori moderni, i giavellotti impiegati in questo gioco dovevano essere in legno senza punta metallica, poiché al contrario sarebbe stata messa inutilmente a repentaglio l’incolumità dei cavalli prima ancora di quella degli equites, sufficientemente protetti da corazza, elmo integrale, parastinchi e ampio tondo parma (scudo).
Ne scaturiscono tre parametri di eccezionale valore nell’ottica di un progetto militare mirato alla qualità e all’efficienza proverbiale dei romani: realismo mediante la competizione sportiva e l’istinto ludico alla vittoria; propedeuticità mediante la creazione di norme regolamentari che ricalchino le ‘tattiche di base’ della cavalleria leggera romana; incruenza mediante la quale l’accesso al gioco e al suo propedeutico realismo diventano attrazione, stimolo al combattimento. Inoltre, l’effetto di una simile istituzione in seno alla cavalleria non poteva non suscitare un senso agonistico che, premiato dalle autorità militari romane con titoli, privilegi e cariche, cementasse l’appartenenza dei vincitori all’esercito romano e generasse lo spirito emulativo di altri candidati equites.
Ad oggi non si conoscono specifiche tipologie di competizione all’interno della fanteria, equivalenti agli Hippica Gymnasia. A differenza di questi ultimi, le regole e gli scopi di queste prolusioni dovevano essere molto variabili in funzione delle specialità e degli armamenti. Ugualmente le singole squadre messe in campo potevano essere formate da reparti diversi: reparti di fanteria pesante abbinati a levi armaturae, oppure legionari in equipaggiamento da lavoro opposti ad armamenti barbarici (auxilia) in una simulazione di imboscata.
Quello che sembra scontato è che questi Hoplomacha Gymnasia, o se vogliamo Prolusioni Militaris, dovevano essere caratterizzate da piccoli contingenti, forse nemmeno centurie. Con 160-200 militari contrapposti tra loro, l’arbitraggio, essenziale nelle prolusioni come nella gladiatura legittima, sarebbe stato difficilmente gestibile. E’ più probabile che i contingenti fossero formati da Ordini o Numeri da 20 o al massimo 50 unità contrapposte tra loro. L’ipotesi è sostenuta da un altro passo di Vegezio (III,4), che dopo un lungo elenco di esercizi a cui sottoporre i legionari, conclude come essi debbano “occupare qualche luogo e stringersi assieme con gli scudi per rimanere saldi ai loro posti e respingere l’assalto dei loro commilitoni. Addestrati e istruiti in tal modo, i soldati dei ‘numerii’ siano essi legionari, ausiliari o cavalieri, pur provenendo da luoghi diversi, si riuniranno assieme per una azione. Di necessità desidereranno più il combattimento che l’ozio, gareggiando in coraggio”.
Il passo, inserito in un evidente contesto di exercitatio-competizione tra membri dello stesso esercito romano, evidenzia nell’abbinamento repentino e casuale, nonché nella situazione ristretta che li accalca, una quantità piuttosto esigua di legionari, auxilia e cavalieri assieme.
Ciò riproduce una delle situazioni più tipiche e più frequenti in cui potevano finire i soldati destinati alla perlustrazione, all’approvvigionamento, alla penetrazione in una città sotto assedio o a qualunque altra micro-missione.
Di estremo interesse è il termine usato dall’autore per indicare la dimensione del reparto coinvolto in questa simulazione-competizione: il numerus. In Plinio, Tacito e Svetonio il termine indica propriamente un distaccamento, un contingente piuttosto limitato che non è inquadrabile in reparti compiuti come la Legio, la Cohors, il Manipolo o la Centuria.
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