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ATLETICA
Akrocheirismós 
 
 
Il vocabolo greco akrocheirismós (italianizzato in acrochirisma, o acrochirimo) rappresenta una tecnica, o meglio un insieme circoscritto di tecniche inerenti alle discipline del pugilato, della lotta e del pancrazio antichi. L’analisi etimologica lo riconduce all’uso delle braccia, o meglio delle mani: cheiro significa mano (si veda chiromante, chiropratico) mentre akro è un aggettivo che indica una protensione, un allungamento, l’estremità (per es. akropolis, città o quartiere proteso su una altura). Preso alla lettera il vocabolo indica una tecnica caratterizzata dalle mani allungate, protese. Ma di per sé questa definizione non produce alcun ulteriore chiarimento.  
Per tentare di attribuire all’acrochirisma una funzione accertabile è necessario analizzare le fonti letterarie nelle quali tale pratica è segnalata. Tra i contributi più qualificanti vi sono taluni commenti di Ateneo, Filostrato e il Lessico Suda in riferimento alla fase di addestramento al pugilato. Si indica come l’acrochirisma non fosse altro che il pugilato, completo nelle sue tecniche di offesa e difesa, effettuato però con le mani aperte invece che coi pugni. Il vocabolo corrisponderebbe dunque correttamente al termine “mani tese, mani allungate”, ossia mani aperte, in contrapposizione alle mani chiuse e dunque al pyk, pugno, che determina l’origine del nome greco di pugilato: pygmachia. Si tratterebbe in sostanza di una simulazione dello scontro, una fase propedeutica, mediante colpi a mano aperta, sberle o palmate destinate a favorire l’acquisizione delle tecniche e delle tattiche corrette, senza tuttavia produrre i traumi derivati dall’uso delle mani serrate a pugno.
 
 
 
 
A stravolgere però questo significato concorre il fatto che l’akrocheirismós fosse presente anche alla lotta, orthepale. Questa disciplina, nota per lo scopo di afferrare l’avversario al fine di abbatterlo al suolo (similmente alle forme attuali di lotta come greco-romana, libera, etc) non pare condividere caratteristiche tali da godere dell’utilità dell’acrochirisma pugilistico.  Dobbiamo così ipotizzare che esistessero due distinte forme di acrochirisma, uno pugilistico ed uno lottatorio; distinzione che ad ogni modo, a causa dell’uso del medesimo vocabolo, deve potersi motivare con uno stesso significato di base.  
Tra le principali ipotesi ne emerge una, ampiamente ricavabile dai reperti greci, etruschi e romani. Si tratta di una peculiare serie di gesti la cui tipicità non risulta mai - o quasi - riscontrabile nelle lotte moderne. Nella fase iniziale dello scontro, dove i contendenti intraprendono la ricerca della presa migliore al fine di eseguire l’abbattimento, si osserva una fase di schermaglia nella quale le mani tendono ad afferrare prevalentemente le estremità del braccio avversario, polsi o avambracci. Prese che differiscono sensibilmente da quelle in uso nelle discipline moderne, viceversa caratterizzate da prese corte, avviluppamenti a tutto braccio destinati a cinturare un arto sotto l’ascella, attorno al collo o al tronco. 
Questa «fase lunga» non può neppure essere liquidata come una possibile licenza artistica dei creatori di mosaici, bronzetti, affreschi o bassorilievi, poiché i reperti dimostrano senza fallo come nell’atto immediatamente precedente all’abbattimento, tutte le prese dell’orthepale risultano identiche a quelle ‘corte’ delle lotte attuali, definite «élkedói».
 
 
 
 
Il fatto che le prese «strette» fossero conosciute dagli antichi induce a ipotizzare che la schermaglia lunga fosse effettivamente qualcosa di aggiuntivo e diverso. Qualcosa che nell’atteggiamento lungo (akro), potrebbe forse identificare il nostro acrochirisma. Ma in tal caso si rivela un problema tecnico. Dopo numerosi anni di test e centinaia di incontri agonistici, si è potuto constatare in modo sistematico che di fronte a un avversario di pari livello, i tentativi di eseguire una schermaglia lunga destinata a estendere le braccia dell’avversario, non trovano applicazione. Le prese corte di lotta, basate su grandi gruppi muscolari come i dorsali, i bicipiti e il trapezio, consentono agli arti di chiudere e intrappolare l’avversario come una morsa. Tale contrattura non può essere in alcun modo contrastata dalle braccia allungate. Anzi chi si sforza di tenere le braccia protese o di protendere le braccia dell’avversario, viene più facilmente intrappolato alle braccia, alle ascelle, al tronco e al collo. Si tratta di una mera questione di leggi fisiche; la presa corta gode di più leva rispetto a una presa lunga al polso o al gomito. Ne consegue che - a meno di accettare l’improbabile tesi che gli antichi avessero braccia più potenti di quelle dei lottatori attuali - l’akrocherisma non possa corrispondere a quella schermaglia lunga così ampiamente celebrata dall’iconografia di quasi 10 secoli di lotta.  
Tali difficoltà interpretative hanno indotto taluni studiosi a ipotizzare che l’acrochirisma fosse una cosa completamente diversa da quella sin qui teorizzata. Sulla base di un brano del Lessico Suda, si è ritenuto che questa tecnica fosse semplicemente l’azione di taluni atleti - akrochersites - di afferrare e torcere le mani del contendente giungendo talvolta a spezzarne le dita. Ma l’esperienza agonistica e la sperimentazione negano tale opportunità. Le “potenti pese corte” annullano quasi completamente la possibilità di effettuare tecniche di leva lunghe che, per esempio, potremmo assimilare all’Aikido.
 
 
A rivelare invece nuove informazioni, concorrono taluni brani di Luciano (Lexiph.) e Platone (Alcib.). Il primo, descrivendo una fase di allenamento in palestra, rivela un esercizio «a tema» nel quale uno dei due contendenti doveva misurarsi solo con le prese della lotta e quelle del collo (trakelizein), mentre l’altro doveva cimentarsi esclusivamente con l’acrochirisma. Questo brano accerta così almeno un ruolo: colui che era destinato ad applicare le prese della lotta e del collo, identificando l’esecutore puro di prese corte: il prospalaíein! In cosa consisteva allora l’esercizio dell’acrochirista? Dal tema dell’esercitazione sembra dedursi l’opposizione di ruoli antitetici; uno destinato ad accalappiare, ad imbrigliare e l’altro il contrario, ad impedire tale cattura. 
La sensazione della correttezza dell’intuizione viene dall’analisi del brano di Platone, nel quale si propone una metafora inerente al comportamento politico che gli ateniesi avrebbero dovuto tenere; nel brano Socrate pone ad Alcibiade la domanda se gli ateniesi avessero dovuto comportarsi come chi lotta nella orthepale, o chi lotta nell’acrochisisma. In definitiva, se si sarebbe dovuto accettare lo scontro, la colluttazione stretta, oppure difendersi abilmente per prendere tempo. L’allegoria sembra così confermare per l’akrocheirismós una attitudine destinata a distanziare l’avversario. Un distanziamento che non può ricondursi semplicemente alla torsione delle dita, o all’inutile tentativo di aprire le morse dell’avversario. 
Questa ricostruzione ci induce seriamente a pensare che l’acrochirisma non fosse altro che la pygmachia, o meglio l’esercizio a mani aperte del pugilato adattato alla lotta; palmate, spinte, ceffoni, contraccolpi esercitati sulla testa, sul collo, sulle spalle dell’avversario, abbastanza violenti da costringere il lottatore a una maggiore cautela nella fase di approccio, ma non abbastanza violenti da trasformarsi in pugilato a pugni chiusi.  
Innanzi a una tecnica simile, l’ortepalista che non avesse voluto subire colpi alla testa avrebbe avuto due possibilità: fiondarsi a tutta velocità sull’avversario, o a sua volta adottare l’akrocheirismós per difendersi, similmente appunto all’acrochirisma del pugilato. In entrambi i casi questa schermaglia a mano aperta condizionava pesantemente l’approccio della lotta, almeno fino a quando i due contendenti non fossero oramai nella fase ravvicinata, dove le tecniche venivano definitivamente a consolidarsi in prese strette.
 
 
La peculiarità offensiva della schermaglia a mano aperta giustifica inoltre lo scopo di esercizi a tema tra puri lottatori (prospalestriti) e acrochiristi, con lo scopo di esasperare distintamente le due tecniche per poi fonderle nell’unica disciplina che le contemplava entrambe: l’orthepale
Rimarrebbero così da svelare gli ultimi due misteri: l’uso del termine akrochersites per indicare chi torcesse le dita dell’avversario, nonché la spiegazione della schermaglia di prese lunghe ampiamente rilevabile dai reperti di lotta. 
Ebbene, alla luce di quanto sin qui esaminato, il Lessico Suda conferma come nella lotta esistessero in sostanza due tipi di akrocheirismós: uno detto anei symplokes e l’altro, avallato da coloro che afferrano le dita, elkedón. Il primo senza prese, il secondo con prese.  
Ora, sapendo che l’acrochirisma fosse in antitesi con le tecniche strette, possiamo concludere che l’acrochirisma «senza prese» rappresentasse l’adattamento alla lotta del medesimo esercizio esistente nel pugilato, destinato dunque a creare una violenta barriera di colpi a mano aperta. Non è un caso forse che Filostrato indichi che la lotta, oltre ad essere faticosa, fosse violenta, mentre Plutarco descrive questa fase come othismoùs (colpire, cozzare). Il secondo akrocheirismós non era altro che l’opportunità dell’ortepalista di aggiungere prese ai polsi, alle dita o ai gomiti per impedire all’avversario di portare i colpi a mano aperta. Una fase di cattura ancora distanziata e non confondibile con le prese vere e proprie, definite symplokes, periplokes, elkedoi, etc. 
Soltanto la violenta fase ‘pugilistica’ come quella dell’akrocheirismós anei symplokes può giustificare l’avvento dell’akrocheirismós elkedoi e, di conseguenza, la celebrata fase di prese lunghe nella lotta, così come i tentativi di torsione delle dita. Tecniche queste, del tutto assenti nel panorama lottatorio moderno proprio perché inesistente il terribile akrocheirismós
 
Interpretazione la nostra che, infine, non permette solamente di accertare nel termine akrocheirismós il corretto significato di «mani che si protendono, palme che colpiscono», ma di capire il nesso che esisteva tra orthepale e pygmachia, e a loro volta la puntuale relazione tra queste e la disciplina che le abbinava entrambe: il pankration. Quest’ultimo, sin dalla fase eretta, risultava talmente influenzato dalle caratteristiche peculiari e inalienabili delle due discipline a monte, da permetterci di intuire uno dei misteri più celebrati dall’iconografia agonistica: come non v’è corrispondenza alcuna tra pugilato antico e boxe moderna, e così ugualmente tra la fase iniziale di orthepale e lotte moderne, così allo stesso modo non vi è nesso alcuno tra la fase eretta del pankration e qualunque altro moderno sistema di Free Fighting agonistico. 
 
La redazione AD 
20 gennaio 2011