Analisi delle Fonti 
Iconografia 
 
 
 
L’arte romana, essa che sia pittorica, scultorea o mosaica, appartiene notoriamente alla categoria ‘verista’ : ciò che vi è rappresentato è autentico e descrive esattamente ciò che l’artista ha visto. 
Tuttavia le rappresentazioni possono variare qualitativamente in relazione a una serie di circostanze e di ambiti, rivelando l’esistenza di categorie stabili nei secoli nella loro modalità di espressione. 
Affrontiamo qui di seguito una breve analisi di queste categorie, applicando una valutazione per i diversi aspetti dell’opera mediante un voto da 1 a 5. 
 
Steli funerarie 
Il Corpus iconografico militare e gladiatorio è ricchissimo di steli funerarie. La stragrande maggioranza dei soggetti rappresentati risultano come fumetti, ossia con proporzioni del corpo e degli accessori alterati rispetto alla realtà. Ciononostante le sagome degli oggetti rappresentati evidenziano una fedeltà straordinaria rispetto ad originali attestati dall’archeologia o dalla descrizione letteraria. Categoria questa che sembra evidenziare l’economicità dell’opera, sovente prodotta dai militari stessi e non da artisti di professione. 
Il problema economico delle steli funerarie è confermato da una prassi in seno all’esercito romano, per cui una parte dello stipendio era trattenuta per legge e destinata a una Società Funeraria, rappresentata dalla stessa centuria di appartenenza. Nel caso in cui il soldato fosse morto durante il servizio, tale Società avrebbe coperto le spese quantomeno per un semplice funerale, a meno di un intervento straordinario da parte di parenti. 
La maggior parte delle immagini funerarie mostrano i soldati privi di corazzamento. La presenza dei simboli di ruolo, come una lancia, il gladio, la vitis o il bastone da optio, ma ancor di più i diplomi militari e i rotoli sacerdotali, sembra suggerire come le immagini delle steli volessero rappresentasse il defunto nel suo viaggio leggero verso il Regno dei Morti, dove avrebbe mostrato il suo grado e le sue qualifiche onde assicurarsi un posto adeguato. Uguale valenza, aveva per la società dei vivi e in particolar modo per la propria famiglia, che grazie a questi simboli acquisivano una maggiore Dignitas, se non addirittura una nuova posizione sociale (come nel caso di soldati peregrini che, ottenuto il diploma, diventavano Civites Romani). 
 
Qualità dei Dettagli
Visione complessiva esercito
Proporzioni umane e strumentali   
Qualità della Gestualità         
 
Rilievi, mosaici e affreschi celebrativi 
Rappresentano opere d’ambito, ossia scene destinate a rappresentare eventi peculiari e delimitati nel tempo, come i combattimenti di uno specifico munera gladiatorio, una specifica battaglia militare, una ad locutio davanti all’imperatore, un censimento, eccetera. 
In questo caso la committenza proviene da un personaggio pubblico, un magistrato, un generale o un politico con mandato di Governo. La disponibilità economica e in conseguenza la qualità di tale categoria artistica risulta molto alta, sebbene ogni singola opera non si sottrae a influenze stilistiche individuali. 
Tra le più antiche rappresentazioni pittoriche vi fu quella voluta dal Console Manlio Valerio Massimo Massalla nel 264 a.C. Fece esporre su un lato della Curia Ostilia in quadro che rappresentava la battaglia in cui egli aveva vinto in Sicilia i Cartaginesi e Ierone. Ugualmente fece Lucio Scipione che espose nel Campidoglio un quadro con la sua vittoria asiatica. 
Grande fama ebbe nel Foro Boario, nel Tempio di Ercole, la pittura del poeta Pacuvio inerente alle vittorie del console Paolo Emilio sui Macedoni e su Perseo a Pidna, nel 168 a.C., inerente dunque ai medesimi rilievi tutt’oggi conservati. 
Plinio (Nat.Hist) conferma di quanto l’arte romana rappresentasse le cose nel modo più autentico possibile, raccontando di una scena dipinta per i giochi di Claudio Pulcro, allorché veri corvi, ingannati dalla rappresentazione, volarono sulle tegole di una raffigurazione architettonica del dipinto. 
Con soggetto gladiatorio, i mosaici gladiatori di Zliten, i rilievi della tomba di Emilio Scauro o quelli di Fiano Romano, esplicano una esattezza di proporzioni e di dettagli a dir poco straordinaria: fotografie vere e proprie, come in ambito militare i rilievi dell’arco di Orange, quelli della famiglia Giulia a Glanum, o i rilievi dell’Ara di Domizio Enobarbo o della tomba di Paolo Emilio. E ancora: le scene di lavoro intra-castra di Treviri, sino ad affreschi più antichi inerenti a fasi militari dei Romani contro Etruschi o Sanniti, evidenziano un rispetto delle proporzioni e dei dettagli davvero straordinario che rappresentano la volontà del committente — e dunque dell’artista — di rappresentare l’evento nella sua realtà concreta. 
Fanno lieve eccezione altre opere della stessa categoria che, come sopra accennato, evidenziano influssi stilistici peculiari. E’ il caso ad esempio delle Metope di Adamklissi, che pur rispettando globalmente le proporzioni tende ad allungare i soggetti, rendendo uomini e cose più magre o alte. O al contrario il rilievo di Alba Iulia - forse una stele funeraria o la rappresentazione di una divinità in tenuta da soldato - che tende ad allargare i soggetti. D’altronde queste ultime furono prodotte in Dacia (Romania) in seguito alle campagne di Traiano nel II secolo. E’ lecito pensare che l’artista fosse locale, e dunque non formatosi nelle grandi botteghe d’arte dell’Italia o delle Provincie limitrofi ad essa. 
Questa categoria rimane tuttavia una delle fonti più preziose dell’arte verista Romana, sia per la ricchezza di dettagli, per l’autenticità del gesto, che per le proporzioni complessive di uomini e cose. 
 
Qualità dei Dettagli
Visione complessiva esercito
Proporzioni umane e strumentali   
Qualità della Gestualità         
 
 
 
Opere ‘commentarie’ 
Si tratta di opere monumentali assai complesse, mirate a mostrare una intera campagna militare in ogni suo evento cronologico, formando una lunga concatenazione di scene come in un racconto a fumetti. La straordinaria lunghezza della concatenazione di scene, fuse tra loro in un continuum ininterrotto di vicende militari, determina l’esigenza di una soluzione artistica del tutto speciale. 
La lunghezza complessiva dell’opera, non potendosi sviluppare in orizzontale, si avvolge su sé stessa in modo elicoidale. E’ questa la soluzione delle famosissime colonne Traiana e Antonina, forse ispirate agli obelischi egizi che, al pari delle colonne, sviluppavano in verticale le loro rappresentazioni artistiche. 
Tuttavia questa modalità determina un inconveniente importante: lo spettatore è costretto ad osservare all’insù, immagini che si allontanano sempre di più. Situazione che ha costretto l’artista a scelte ben precise, mirate ad esaltare non tanto le numerose componenti militari, negli armamenti e nei reparti, quanto a valorizzare le scene d’insieme, al fine di esaltare le componenti di gruppo, per permettere al lettore di individuare con facilità le categorie descritte, di distinguere nettamente Daci da Romani, Auxilia da Legionari, etc. Questo sistema tende a generalizzare costumi ed armamenti al fine di identificare marcatamente le categorie: la generalizzazione prevede l’impiego di una delimitata serie di componenti sulle complessive in dotazione all’esercito, che vengono fatte indossare a tutti quelli di una categoria. La descrizione dettagliata rimane fedele e anche piuttosto complessa, ma non rispecchia l’interezza delle armi e degli equipaggiamenti che realmente erano in dote agli eserciti. 
Ne è un esempio il confronto tra le metope di Adamklissi o la colonna Traiana, inerente alla medesima campagna militare: nella prima si individuano dettagli dell’armamento che nella Traiana non si osservano - come le maniche a segmenti sulle braccia - perché potrebbero confondere il lettore. 
Le metope invece, sebbene stilizzate, rispettano l proporzioni e confermano pienamente la tipologia degli elmi, le corazze e gli scudi della Traiana, aggiungendo tuttavia ulteriori dettagli che nella Traiana risulterebbero superflui o fuorvianti. 
Al fine di ottenere il risultato desiderato, ossia identificare da lontano una categoria militare con immediatezza, le immagini delle colonne 'commentarie' subiscono il rimpicciolimento di alcuni dettagli, in modo principale degli scudi. Soluzione questa obbligata per permettere al lettore una visione d’insieme e dunque fortemente identificativa di scudi, elmi, corazze e costumi. Dettagli che uno scudo correttamente proporzionato nelle misure, nasconderebbe, vanificando l’obiettivo finale dell’opera.  
La prova di una ‘volontà progettuale’ nelle scelte di miniaturizzazione, contrapposta all’idea di un gusto artistico svincolato dalla verità, o da una cattiva conoscenza di armi e armamenti da parte dell’artista, è convalidata dalla specificità dei soggetti rimpiccioliti: non sono infatti gli uomini a subire questa regola, bensì gli oggetti, compresi edifici, armi, paesaggi, infrastrutture. 
Ma al di là di questo, la descrizione di tutti gli elementi risulta assai dettagliata, spesso ricca di varianti che identificano la volontà di autenticare da parte dell’artefice, la conoscenza del soggetto rappresentato, come nel caso delle chiusure delle corazze a segmenti o nei simboli sugli scudi militari [vedi: Aspetti figurativi della colonna Traiana
Vi è infine da considerare che a differenza di quanto oggi è visibile, nel rilievo antico la colorazione aveva un ruolo fondamentale, una funzione didascalica: non solo il colore corrispondeva a significati simbolici di ordine giuridico e sacrale, ma corrispondeva anche a una categoria, o assolvere una funzione (Manzelli, 1994), che facilitava, nella ripetitività dello schema, la lettura dell’opera. Convinto assertore della policromia della colonna Traiana fu Ranccio Bianchi Bandinelli, secondo un’ipotesi di lavoro che si ispirava alle pitture trionfali o meglio dai volumina scritti a commentare le campagne militari, a partire forse dai commentarii de bello Dacico dello stesso Traiano (Settis, 1988 pp. 86 ss.). Inoltre l’uso di determinati colori, come il bianco e il rosso probabilmente, segnalava lo stato mentale e il contesto giuridico e sacrale dell’atto ritratto, al pari di come è attestato per l’uso di eroti (putti) e pigmei in altre opere artistiche. 
 
Qualità dei Dettagli
Visione complessiva esercito
Proporzioni umane e strumentali   
Qualità della Gestualità         
 
Statuaria 
In marmo o in bronzo, in dimensioni naturali o rimpicciolite, le rappresentazioni statuarie rappresentavano allora come oggi un prodotto estremamente costoso, e pertanto particolarmente curato. 
Come le opere commemorative, la committenza delle statue era ad appannaggio di ricchi facoltosi, magistrati o ufficiali. Maestri secolari di tali opere furono da sempre i greci, nonostante una diffusione di tale arte anche nel mondo gallo-romano. 
Per l’importanza che la statuaria rivestiva in seno all’arte romana, probabilmente la più nobile tra le espressioni dell’arte, essa rappresentava la realtà con la massima capacità di proporzione e di dettaglio. 
La straordinaria ricchezza nelle finiture delle corazze degli ufficiali, la cura nella riproduzione delle vesti e della postura dei soggetti, innalza la statuaria al più alto livello dell’arte verista. 
Oltre alle grandi statue, che a causa del costo altissimo immortalano quasi esclusivamente magistrati e imperatori, esistono moltissime statuette di militari semplici. Si tratta quasi sempre di bronzetti votivi, dunque con ogni probabilità l’offerta di soldati a qualche divinità in ringraziamento della vita salvata o di una carriera felicemente conclusa. A differenza delle steli funerarie, i bronzetti risultano estremamente curati nelle loro proporzioni e i dettagli delle fattezze umane o degli equipaggiamenti, vanno da una qualità eccelsa a livelli più sintetici, pur confermando una autenticità dei ritratti espressi. 
 
Qualità dei Dettagli
Visione complessiva esercito
Proporzioni umane e strumentali   
Qualità della Gestualità         
 
 
 
Colonna Traiana: ecco sul miles un elmo che a lungo è stato considerato di fantasia poichè non attestato dall'archeologia. Fino a quando un modello identico non è stato ritrovato (vedi sotto). 
I due modelli risultano identici in tutti i dettagli, dimostrando come gli artisti che fecero la colonna Traiana, conoscessero perfettamente gli arsenali militari. 
 
 
 
 
 
Colonna Traiana: i dettagli dell'innesto degli anelli tra loro in questa Lorica Hamata, dimostano l'assoluta attenzione da parte degli artisti ai dettagli di fabbricazione. Ugualmente sotto osserviamo uno degli innumerevoli modelli di corazze a fasce, che nulla hanno a che vedere con le attestazioni archeologiche di corazze similari in ferro. 
 
 
 
(Sotto) Bronzetto votivo, British Museum: definita da alcuni studiosi come un modello di 'fantasia' la corazza a fasce di questo soldato corrisponde in una serie di dettagli tecnici a innumerevoli modelli attestati su altre opere artistiche. Probabilmente in cuoio, questa lorica risponde perfettamente ai thoraka greco-ellenistici, col vantaggio tuttavia di una maggiore elasticità derivata dalla sovrapponibilità dei segmenti. 
 
 
 
(Sotto) Base della colonna Traiana: corsetto Dacico le cui caratteristiche risultano incredibilmente simili al bronzetto del British Museum. Rispetto a quest'ultimo, la sovrapposizione dei segmenti prosegue dalle spalle alle braccia, similmente ad alcuni modelli di manicae gladiatorie. 
 
 
Eroti e Pigmei 
Sovente l’arte romana evidenzia la presenza di personaggi ‘ambigui’ come pigmei o erotini (putti) affaccendati in situazioni di battaglia, di lavoro o altri contesti di norma legati agli adulti. Tale stranezza ha portato alcuni critici a ritenere queste opere, nel loro complesso rappresentativo, di fantasia. Ma così non è. 
Non esiste forse altro motivo iconografico che tanto quanto l’immagine dell’erote, nelle sue diverse manifestazioni, si sia perpetuato dall’antichità greco-ellenistica a quella romana, con plurità di valenze simboliche e decorative. 
Essi sono rappresentati nei più disparati contesti, dalla guerra alle lotte atletiche, dalle corse sui carri e cacce di vario genere, ad attività civili come la pesca, la navigazione, danza, vendemmia, mietitura, sino a rappresentazioni religiose. 
Comunemente considerati figli di Venere e Marte, essi simboleggiano lo stato d’animo umano, l’insito contenuto espressivo di un “sentimento” rappresentato ora nelle sue valenze positive ora in quelle negative. 
I Pigmei invece, come quelli rappresentati nelle scene, sono il simbolo di una realtà grottesca, umoristica, probabilmente derivata dall’Egitto dove effettivamente, lungo le rive del grande fiume, vivevano razze di pelle nera e pigmeoide. Al pari dei putti, essi simboleggiano il lato meno nobile dei sentimenti umani, più ironico, buffo e sdrammatizzante. Nelle scene nilotiche con pigmei, divertentissime sono le rappresentazioni di combattimenti, pesche e cacce nelle quali accade sempre qualche imprevisto. 
In entrambi i casi, nonostante la valenza simbolica e psicologica di queste categorie, il contesto artistico risulta straordinariamente autentico: paesaggi, oggetti, architetture, sebbene non sempre correttamente proporzionate, rivelano dettagli che riconducono certamente al più tradizionale verismo ellenistico-romano. 
 
Qualità dei Dettagli
Visione complessiva esercito
Proporzioni umane e strumentali   
Qualità della Gestualità         
 
 
 
Conclusioni 
L’arte ‘verista’ rappresenta la volontà umana di fissare in una immagine un soggetto reale. E’ evidente che il prodotto finale dell’opera non sia il soggetto ritratto, bensì una proiezione mediata dall’artista. 
L’immagine di un elmo non è l’elmo stesso e ciò determina il fatto che l’iconografia non possa costituire una prova diretta di ciò che vi è rappresentato. La prova concreta di esistenza di un soggetto infatti è il soggetto stesso, dunque il reperto archeologico. 
Ma cosa accade se una certa quantità dei soggetti raffigurati nell’iconografia non rispecchia le attestazioni archeologiche? Le risposte possono essere soltanto due: o l’archeologia non è in grado di restituire tutto quello che è rappresentato nell’arte, o l’iconografia rappresenta un opera di fantasia.  
E in questo ultimo caso, abbiamo esempi di contraddizioni evidenti nell’iconografia tali da comprovare l’idea di stilizzazioni di fantasia della realtà ritratta? 
Come abbiamo visto sopra, l’iconografia romana spazia dall’ambito civile a quello militare. Le innumerevoli rappresentazioni circensi, gladiatorie o ginnastiche non vedono la contraddizione di nessun elemento inerente a quei mondi, ma al contrario una larga coerenza di soggetti nel tempo e nello spazio. Del pari scene di mercato, di attività artigianali o di edifici, confermano una genuinità davvero sorprendente, anche laddove le raffigurazioni contemplino figure di fantasia come divinità, putti o pigmei.  
Non vi sono eccezioni al verismo romano se non per le proporzioni in determinate categorie artistiche, così come abbiamo già avuto occasione di esaminare sopra. 
Se la stragrande maggioranza della pictura, della statuaria e del mosaico romano, rappresentano copie fedeli della realtà, per quali misteriosi motivi l’iconografia militare di otto secoli di storia dovrebbe fare eccezione? 
Alcuni studiosi moderni asseriscono che l’iconografia militare possa essere stata condizionata dalla propaganda imperiale, tendendo a idealizzare i personaggi o gli strumenti a questi legati.  
Ma se così fosse, per quale motivo l’arte avrebbe scelto di evidenziare elmi o corazze di fantasia, al posto di quelle non meno significative e altrettanto belle effettivamente attestate dall’archeologia? 
Esempio eclatante è quello delle cosiddette ‘loriche segmentate’ attestate dall’archeologia in quasi una quarantina di ritrovamenti. Esse rispondono tutte a dettagli di fabbricazione che le rendono coerenti tra loro nel design e nelle componenti generali; tuttavia nell’iconografia, che mostra una sorprendente e dettagliata varietà di modelli di una corazza concettualmente simile, non vi è una sola similitudine con le segmentate ritrovate. Sintomo questo di una concreta e significativa assenza di queste corazze nel panorama dell’equipaggiamento visibile dagli artisti. Se la ‘segmentata’ fosse stata davvero diffusa tra i militari dell’impero, per quale motivo non rappresentarla, di per sé molto bella e non più difficile da ritrarre rispetto ad altri modelli di corazza?  
Altri suggeriscono una scarsa conoscenza dell’arsenale militare da parte degli artisti che hanno prodotto alcune opere. Ma l’iconografia militare sconfessa da sé questa ipotesi evidenziando una sistematicità delle sue rappresentazioni: i modelli di elmi, scudi, corazze, armi, costumi e persino simboli e signa si confermano pienamente all’interno del medesimo panorama iconografico e addirittura molti modelli si confermano nelle attestazioni archeologiche. 
Risulta evidente che l’iconografia militare, al pari di quella gladiatoria, circense o civile, non aveva motivo alcuno di sostituire parti dei soggetti o evidenziare dettagli inesistenti. L’assenza o la scarsità di rappresentazione artistica di modelli attestati nell’archeologia, deve essere ricondotta legittimamente alla scarsità del residuo archeologico, vera e propria punta dell’iceberg dell’imponente, secolare e dislocato arsenale militare romano.