Scientia Dimicandi 
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DA UN ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA
A cura di Dario Battaglia e Luca Ventura 
 
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27 giugno 2011 
La prima vittima di un errore arbitrale? Un gladiatore nell'arena 
Decifrata una lapide a Samsun (l'antica Amiso) in Turchia che testimonierebbe lo «storico» sbaglio 
Con queste parole esordisce l'articolo di Elmar Burchia sul Corriere della Sera, sintetizzando uno studio realizzato dal professore canadese Michael Carter della Brock University di St. Catharines, nell’Ontario ( leggi tutto l'articolo >>> )
Questi i contenuti principali oggetto della nostra analisi: 
 
[Citaz. del Corriere] Tradotto (dal Carter, ndS), il messaggio lasciato sulla lapide recita: «Dopo aver sconfitto e atterrato il mio avversario Demetrio, non l'ho ucciso immediatamente. Il fato e un tradimento del summa rudis mi hanno ucciso». Il summa rudis era il capo arbitro, che forse in passato aveva avuto esperienze da gladiatore nella stessa arena. Quasi tutte le lotte erano seguite da questi giudici; sul campo erano presenti di solito in due. «Sono convinto che c'era un numero ben preciso di regole dettagliate che governavano il duello tra gladiatori -, spiega Carter -, anche se le regole esatte non sono ben comprese». È nota, tuttavia, quella regola secondo la quale il gladiatore sconfitto poteva chiedere la grazia. Se questa veniva concessa dal munerarius (colui che sponsorizzava lo spettacolo), spesso il lottatore poteva uscire incolume dall'arena. Un'altra stabiliva invece che se il gladiatore cadeva a terra accidentalmente (dunque senza esser stato spinto dall'avversario) era permesso di rialzarsi, riprendere le sue armi e continuare il combattimento. Proprio quest’ultima regola, racconta Carter, sarebbe stata fatale per Diodoro. 
 
 
La famosa stele di Amisos. In piedi il provocator Diodoro, che ha disarmato il provocator Demetrio dopo averlo abbattuto.
L'errore a monte 
Lo studioso canadese affronta l’argomento annunciando che «…le regole esatte (del duello gladiatorio, ndS) non sono ben comprese». Eppure egli stesso ne cita due fondamentali che avrebbero dovuto incutere attenzione prima di sbilanciarsi nella frettolosa interpretazione dell'iscrizione: egli menziona infatti la norma del giudizio dello sconfitto da parte del pubblico, e quella del diritto di ricominciare il combattimento per chi fosse caduto momentaneamente al suolo. 
Queste norme, ampiamente celebrate dalle fonti, palesano il tipo di duello ad iudicium, il più noto del munus gladiatorio (per intenderci, quello dove il pubblico poteva esprimersi col pollex versus o pollex pressus), dove i contendenti non potevano ammazzarsi liberamente, ma erano vincolati a precise regole finalizzate al giudizio del pubblico e mediate dall’arbitro. Il che contrasta sin dal prologo con l’iscrizione di Amisos, dove la dichiarazione attribuita a Diodoro afferma: «Dopo aver sconfitto e atterrato il mio avversario Demetrio, non l'ho ucciso immediatamente».  
La mancata uccisione di Demetrio risulta una scelta volontaria di Diodoro, indicando implicitamente che questo duello permettesse l’uccisione durante il combattimento. Non si tratta qui dunque del classico duello “ad iudicium”, nel quale i duellanti non potevano ammazzarsi e dove il gladiatore atterrato, disarmato o ferito, doveva essere posto in giudizio al pubblico, e da qui "eventualmente" mandato a morte.  
Deve trattarsi necessariamente di un duello sine missione (o “sine fuga” in Petronio), meno frequenti di quelli ad iudicium ma a cui il pubblco romano era comunque abituato: "hodierna pugna non habet missionem", i combattimenti di oggi non prevedono salvezza (Apuleio). Si trattava di scontri gladiatori senza possibilità di grazia, dove il pubblico non aveva il diritto di intervenire nella decisione, e dove i gladiatori erano liberi di uccidere l’avversario senza consultazione popolare. In nessun altro modo d’altronde è giustificabile Diodoro, che si rammarica di non aver ammazzato subito il suo avversario.  
La 'prova' tecnica 
Questo dettaglio ha conseguenze importanti, poichè se il pubblico non aveva diritto di intervento, non poteva averne neanche l'arbitro. A meno che si voglia immaginare l'improbabile situazione di un anonimo operatore dell'anfiteatro ergersi a giudice superiore al Popolo e all'Editor (il finanziatore dei giochi). Il fatto che il dramma celebrato dalla stele di Amisos si consumasse esclusivamente per il volere degli stessi gladiatori, si evince senza dubbio dall'immagine stessa. Mentre nel duello ad iudicium le armi del gladiatore abbattuto risultano sistematicamente a terra, a causa dell'interruzione momentanea dell'arbitro, qui Diodoro (all'impiedi) è costretto a sottrarre ed impugnare l'arma dell'avversario poichè il duello sine missione non prevedeva interruzione, e l'abbattuto poteva pericolosamente continuare a combattere anche da quella posizione (similmente a una situazione militare). E' dunque proprio il fatto che Diodoro impugna entrambe le armi a confermare la più assoluta estraneità della summarudis (arbitro) allo svolgimento dei fatti. 
La vera fonte del dramma 
E qui trae origine il dramma. Nell'immagine si osserva Diodoro già segnalato come vincitore; egli infatti è accompagnato idealmente da una palma della vittoria alle sue spalle. Ciononostante compare una comunicazione da parte dello sconfitto Demetrio in direzione del vincitore Diodoro, mediante un gesto delle mani. Demetrio, a terra, alza il palmo della mano verticalmente (palma sublata), indicando di essere pronto, di stare bene (lo stesso gesto si usa nell’esercito romano, ed è simbolo dei manipoli pronti al combattimento). Il pollex versus, ossia il pollice diretto contro Diodoro, indica il desiderio di continuare il duello sino alla morte. E questo a nostro avviso, il motivo del perché Diodoro indugia a finire lo sconfitto: egli non si ferma per un’imposizione dell’arbitro, ma per una richiesta di Demetrio che, plausibilmente, si fa spazio nella morale virtuosa del vincitore. E’ lui stesso, Diodoro, che ingenuamente decide di non approfittare della situazione. Ed è questo, a nostro avviso, il motivo per cui l’iscrizione collega l’esito della vicenda anzitutto alla Moira: il destino, il fato. 
Quanto accade dopo è privo di immagini; ma grazie alle conosciute norme del duello sine missione, sappiamo per certo che Diodoro sarà ucciso da Demetrio senza pietà, e soprattutto senza alcun intervento arbitrale.  
Come giustificare allora l'accusa di tradimento di Diodoro al summarudis? Non c'è risposta certa. Ma la risposta deve rispettare ad ogni modo i principi del peculiare sine missione. E solo due sono i casi ammissibili. 
1) Diodoro, accettando di far continuare lo sconfitto, gli riconsegna l’arma. Voltatosi a salutare il pubblico per raccogliere il consenso del nobile gesto, viene attaccato inaspettatamente da Demetrio (esistono casi simili citati in Svetonio, Caligola: retiarii tunicati), senza che l’arbitro intervenga. In questo caso, nell'ottica di Diodoro (la stele d'altronde è scritta da un suo amico) il "tradimento" della summarudis consisterebbe nel non aver impedito a Demetrio di attaccarlo partendo da una posizione di equilibrio. Ingenuità che di fatto, in un duello sine missione non è in alcun modo imputabile all'arbitro. 
2) Nella continuazione del duello Diodoro viene atterrato e disarmato, finendo nella identica condizione in cui si era trovato in precedenza Demetrio. Egli si aspetta che l'avversario faccia quanto lui stesso ha fatto in precedenza, ma constatando i diversi sentimenti, fissa la sua immagine sul summarudis, nella speranza di un suo intervento etico, che tuttavia nel duello sine missione non può essere accolto. Comportamento legittimo dell'arbitro, che tuttavia è chiaramente giudicato ingiusto dall'autore dell'iscrizione (amico di Diodoro), sebbene la "primaria" motivazione dell'intero evento sia onestamente ricondotta alla Moira, destino.  
 
De Rebus Gladiatoriis 
Concludiamo con una piccola ma non innocua provocazione. Cos'avrà spinto l'italianissimo Corriere della Sera a pubblicare una simile foreign news (peraltro errata), quando solo l'anno scorso è uscito l'italianissimo trattato De Rebus Gladiatoriis (guarda), già riferimento universitario in Europa, e vero concentrarto di notizie, aneddoti e puntuale ricostruzione dell'Universum gladiatorio? Qualcosa ci sfugge... 
 
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