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Il termine KestoV, Cestos, deriva da «kentéô» e significa pungere, pungolare; pungere con aculei di vespe, di api o di porcospino. Più compiutamente intende a colpire, ferire, battere o straziare. In quanto «penetrante» e solo in conseguenza di questo, il significato si estende al “punto di una maglia”, a “un ago che ricama”, dunque a un «intreccio». Non a caso il termine è riferibile anche ai “rapporti sessuali”, che contemplano l’intreccio tra un elemento penetrante, ed uno accogliente. Da qui il termine kestós (sempre da «kentéô») che indica una trapunta, un ricamo, o la metaforica cintura di Afrodite, che prelude all’atto amoroso mediante apertura, penetrazione ed intreccio delle parti (késtra significa martello a punta, punzone).
Non da meno il termine KUSTOS, col quale Merculiare definisce i guanti di due pugili da lui replicati da reperto romano (vedi figura sopra), è in greco kústhos (sempre da «kentéô»), che significa vagina, (lat. cunnus); termine utilizzato sovente per indicare il «senso dell’attrattiva, il desiderio della penetrazione». Anche il termine kústos (adottanto il tau anziche il theta), significa “vescica, borsa”, senza variazione della prerogativa riempiente/penetrante dell’oggetto.
Né le parole greche che adottano radici similari a «kú» e «ke», come ad esempio «kai», si discostano dal principio e dai suo duplice significato di «contenuto» e «contenitore».
Kaiádas (Ceada) era un pozzo, una prigione sotterranea a Sparta; Kaiátas è Caeta-Gaeta, in riferimento al suo «contenente» golfo; kaiétas significa fessura, buca; kaietós è la frattura nella terra dovuta a un terremoto. Ma al contempo Kaikíâs è il «penetrante» vento di Nord-ovest, mentre kainís significa (guarda un po’…) coltello.
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Adattato al pugilato dunque, il vocabolo Cesto nasce insomma con lo scopo di indicare la possibilità di pungere e riempire la guardia avversaria, uno strumento che nel pugilato a mani nude, invece (ad esempio nel pankration), vede principalmente colpi a martello, tutti in qualche modo scavalcanti, aggiranti. Col guanto invece, il pugilato può intraprendere colpi diretti che attraversano con fallica forza la guardia dell’oppositore, indifferenti alla collisione delle nocche con le avambraccia e i gomiti; tecnica che coniuga così le proprie braccia a quelle avversarie, in un amplesso che richiama appunto a un ricamo, a un seducente avvolgimento. Si osservi in proposito la corrispondenza metaforica tra il gladius e la vagina, ossia il suo contenitore, oppure lo stesso gladius in qualità di elemento fallico in relazione al corpo avversario nel quale è affondato.
Appare così chiaro come il vocabolo caestus si leghi innegabilmente ai verbi latino-greci «caedere- kentéô», affondare, tagliare, i cui sostantivi danno vita a numerosi soggetti che ne richiamano generalmente il significato. Ne consegue che tanto in greco che in latino, il termine caestus (per quanto al pugilato) intende al penetrante intreccio di mani, e solo di conseguenza diventa anche sinonimo dei contenitori delle mani; contenitori senza i quali tale penetrante intreccio non sarebbe possibile (vedasi Pankration).
Il Caestus sarebbe dunque un termine globale mutuato da un più complesso principio descrittivo, ereditato da numerosi ed attinenti vocaboli. Che poi per taluni antichi (ma solo taluni) sia stato conosciuto semplicemente come “canestro”, questo è un altro paio di maniche.
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